sedia rossa volantino

Le strade dell’arte e della solidarietà si incrociano con quelle di Sim-patia, un centro per disabili motori con sede a Valmorea (Como), per condividere un progetto di creatività artistica.
Il punto di partenza sono cinquanta sedie rosse di legno, offerte dall’azienda Riva 1920 a Orticolario (manifestazione florovivaista che si svolge annualmente a Villa Erba) per un’installazione dell’artista svizzero Daniel Berset e successivamente donate da Orticolario a Sim-patia per la realizzazione di questo progetto benefico. Le sedie sono state trasformate, smontate, rimontate e dipinte da architetti, designer e artisti per dare vita a nuove originali opere, che saranno battute all’asta il prossimo 10 novembre con finalità benefica presso la Casa del Fascio di Como.
Angelo Monti ha sezionato la sedia, applicandola ad una pannello compensato. Da una sedia ad una seduta per 2, ma anche ad una sorta di chaise-longue, di mensola di appoggio, di pannello divisorio ecc.
Il “divertisment”  è nominato “unasediaX2” e accompagnato da un pieghevole illustrato che racconta le possibili evoluzioni di un sistema.
Non un gesto artistico ma una lettura di design.

La sedia è stata esposta presso ”Triennale di Milano” all’interno dell’esposizione “50 sedie d’autore all’asta” dal 24 Ottobre al 3 Novembre 2013

Senza Titolo2
Il principio fondante della proposta progettuale è stato quello di privilegiare il rapporto e il dialogo con il contesto e la struttura orografica del luogo.
Questo presupposto non è stato interpretato sul piano del linguaggio architettonico, ma su quello delle scelte insediative.
Si è ritenuto che una tipologia “anomala” nella tradizione edilizia locale, quale una grande autorimessa pubblica, non  dovesse riprendere forme e materiali dell’architettura dei luoghi, quanto piuttosto, cogliere i caratteri morfologici della struttura insediativa locale.
Il secondo obiettivo è stato quello di misurare il nuovo impianto con il “peso volumetrico” degli edifici della valle, caratterizzata da fabbricati di dimensioni contenute, di altezza massima di quattro piani, a tipologia isolata, ma aggregati in nuclei.
Planimetricamente l’edificio è stato così “scomposto” in strutture separate, generate da un corpo principale, come “massi erratici” della montagna.
Questo congegno formale favorisce il ridimensionamento dell’impatto volumetrico complessivo lo avvicina, per analogia morfologica, alle forme antropiche del territorio.
La dotazione infrastrutturale è, poi, completata dal ponte, dalla galleria di collegamento con la località
Ischia e dai percorsi ciclo-pedonali.
L’intervento è articolato su cinque livelli per una superficie complessiva di 10.425 mq, servita da rampa unica a doppio senso di marcia.
Al primo piano è collocato l’ingresso coperto alla rampa veicolare e alcune strutture di servizio per gli utenti, consistenti in una caffetteria con ampia terrazza affacciata sulla valle, pubblici servizi igienici, un deposito per bike-sharing  e un piccolo ufficio per una scuola di free-climbing che utilizza le pareti “rocciose” del nuovo fabbricato come palestra di esercitazione.
Al di sotto del piano di ingresso dell’autorimessa, si articolano quattro livelli di posteggio, disimpegnati dalla rampa e serviti dalla scala principale e dall’ascensore montacarichi.
Ogni piano consente il parcamento di un numero variabile di auto da 51 a 61 per piano.
Grande attenzione e rilievo è stata dedicata alla scelta dei materiali costruttivi.
La scelta di un linguaggio non vernacolare, ma contemporaneo, intende confrontarsi con le rocce del paesaggio, affidandosi ai materiali per sottolinearlo. L’intera struttura dell’autorimessa è realizzata in struttura massiva di calcestruzzo pigmentato e additivato da inerti di grande pezzatura possibilmente ricavati dalla frantumazione della stessa roccia  che dovrà essere rimossa nello scavo. La lavorazione sarà volutamente scabra e “brutalista” per accentuare la natura artificiale ben riconoscibile, ma altrettanto affine alle rocce naturali, dei nuovi “massi erratici”. Un pattern di forature -modulato da una texture individuata con un modello frattale della porosità delle rocce a densità variabile- costituirà la necessaria ventilazione.
Questa “porosità” del calcestruzzo, nelle lunghe ore notturne della montagna, filtrerà la luce dall’interno, diventando un segno opalescente dal forte carattere identificativo e simbolico.
Il corten è il materiale principale per la struttura del ponte e degli accessori.
I percorsi ciclo-pedonali lungo il torrente e nei boschi di Ischia, sono concepiti come passerelle rettilinee in doghe di legno supportate da semplici strutture metalliche a palafitta, in grado di appoggiarsi sull’irregolarità del suolo incidendo minimamente sulla sua alterazione.

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Il progetto intende introdurre un principio ordinatore dell’impianto urbano generale, qui caratterizzato dalla tipica espansione a bassa densità delle urbanizzazioni diffuse e, dunque, da una “vaghezza” ripetitiva del contesto. Per questa ragione si conferma l’orientamento prevalente del tessuto urbano esistente, indipendentemente da considerazioni sull’esposizione solare che sono state rinviate e affrontate attraverso il dettagliato lavoro distributivo di alloggi e percorsi dei singoli corpi edilizi. La proposta, per quanto di circoscritta dimensione territoriale, consente di attivare un “dispositivo” di ridisegno dei sistemi di spazi di relazione pubblico-privato negli ambiti di nuova urbanizzazione espansiva dei nuclei abitati. Il nuovo impianto è articolato in tre distinti volumi organizzati idealmente attorno ad uno spazio centrale a giardino, vera cerniera dell’intero complesso. Una corte aperta che rinvia ed interpreta le tipologie storiche del territorio rurale della pianura pavese e della sua struttura antropica. Coniugando la “mixitè” tipologica richiesta dal bando, e contenendo significativamente il sistema dei collegamenti verticali, tutto l’impianto è servito da soli tre blocchi scala-ascensori in grado di distribuire 37 alloggi, nella versione esemplificativa proposta dal progetto. Flessibilità, articolazione e variazione tipologica sono le condizioni che la proposta progettuale ha voluto interpretare e salvaguardare.

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Monografia, prefazione di Luigi Alini

Anno: 2011
Editore: Libria

Il testo e l’interprete, l’opera e la sua lettura interpretativa. Come ci suggerisce Starobinski le implicazioni che investono questo rapporto costituiscono “una dualità necessaria”, perché l’oggetto, così come l’occhio di chi osserva, non è indifferente, distaccato: l’atto del ‘vedere’ contempla in sé interesse verso “quella” opera; nel vedere esplicitiamo non solo una condizione oggettiva ma anche uno specifico punto di vista, che non è ovviamente l’unico possibile. E’ con questa consapevolezza che mi sono avvicinato all’opera di Angelo Monti, la stessa che mi ha portato a privilegiare un’indagine conoscitiva a partire dal suo modo di dare concretezza al progetto di architettura: le invarianti, i caratteri tipologici, il rapporto col costruito preesistente, i materiali e le tecniche impiegate. Dal modo in cui Monti esercita il suo ‘mestiere’, leggendo tra le pieghe del suo agire, emerge, tuttavia, anche un mondo meno visibile, più intimo: una geografia dell’anima che trascende l’applicazione di un rigoroso metodo professionale. Questo libro restituisce così non solo alcuni significativi momenti dell’opera di Angelo Monti, che si sviluppa in un arco temporale molto ampio (1980 – 2010), ma soprattutto l’articolato itinerario di un viaggio che non è solo di carattere professionale. Continuità ed omogeneità nel lavoro di Monti costituiscono un ‘segno’ distintivo di opere che, pur nella loro diversità di ‘carattere’, conservano, nel tempo, elementi invarianti. Monti sembra quasi ostinatamente spinto a verificare la natura ed i principi di una scuola, di un “modernismo non estremista”, che egli stesso fa risalire ad alcuni suoi riferimenti privilegiati. Con la forza e la solidità del mestiere Monti, nel tempo, ha trovato un equilibrio tra le diverse sollecitazioni che inevitabilmente condizionano un progetto: luogo, materiali, tempi, budget, funzioni.
La Casa unifamiliare a Cermenate (1984-86) coniuga, ad esempio, il lessico modernista dei volumi puri con la ricerca espressiva nell’uso a vista del mattone. Nella trama materica, nell’ordito del mattone riemerge la memoria di un mondo: il passato agricolo dei quei luoghi. Monti rammemora senza scadere nel romantico, nel nostalgico: “credo all’architettura come memoria, Calvino ci ricorda che la città non dice il suo passato, lo contiene”. Monti agisce con metodo rigoroso, applica un modello operativo consolidato che caratterizza una generazione di progettisti formati alla scuola del modernismo italiano. Un metodo che ha poi progressivamente affinato, ‘piegato’, adattato alle sensibilità e ai caratteri identitari del suo contesto di riferimento, a quelle condizioni oggettive che sono dietro l’architettura e che la rendono possibile. La casa unifamiliare a Cermenate (1990-1992) è una evoluzione di quella del 1986. I temi permangono: l’uso a vista dei materiali si evolve nel lessico espressionista segnando l’ordine strutturale. La ricerca di variazioni su tema prosegue anche con il progetto della casa unifamiliare a Seveso (1992-1994). Il muro cortina in laterizio a vista torna ad essere al centro del dialogo con la città. L’impianto planimetrico evolve verso una geometria disarticolata, verso spazi e volumi interstiziali che rendo possibile la lettura dei diversi piani di profondità. Le ombre esaltano i volumi, che perdono il rigido rigore geometrico delle precedenti esperienze a favore di un plasticismo ‘espressionista’. Monti riannoda in un lessico patio, portico. Negli interventi di riabilitazione funzionale, come nel caso di Palazzo Landriani-Caponaghi a Seregno (1999 – 2004), Monti interviene con un segno deciso, risoluto. Recupera tre edifici storici di proprietà comunale, li libera dalle superfetazioni aggiunte negli anni ’50 restituendoli al loro aspetto originario. La ricostruzione della facciata prospiciente sulla adiacente Piazza gli fornisce l’occasione per un innesto modernista, nel quale tuttavia ripropone ritmo e sequenza dei pieni e dei vuoti. Gli spazi interni, invece, sono sottoposti ad un riordino funzionale secondo gli standard d’uso previsti. Il principio generativo adottato per il completamento della facciata è riproposto nella soluzione dell’intradosso dei soffitti, dove Monti ridefinisce, in chiave modernista, la logica del cassettonato: soffitti in acciaio, con riquadratura a cassettone e travi con passo modulare, che conservano il ritmo degli antichi soffitti. In questo intervento Monti esalta una sua qualità, la capacità di acquisire all’interno della sfera ideativa il mondo dell’artigianato. Gli spazi sono ‘costruiti’ come oggetti d’artigianato, esito di un costante dialogo con le maestranza coinvolte, di cui recupera la parte migliore del mestiere, del fare, quella sapienza che Monti trasforma in racconto, un ‘racconto’ che ha nella materialità il suo compimento: “mi piace il progressivo farsi materiale della materia, questa transizione, nel mio lavoro è quasi un processo di emulsione (…). La luce è anch’essa materia, così come la texture di un materiale, il suo grado di opacità, la sua granulometria. Mi piace la sincerità dei materiali”. L’architettura non è solo il gioco sapiente dei volumi sotto la luce, è luce che interagisce con la materia. Una consapevolezza che Monti affronta senza scadere nell’eccesso di virtuosismo, un tema risolto sovente in maniera istintiva, senza forzature, senza ostentare. A mio giudizio la qualità dell’opera di Monti la si può cogliere proprio nella sua capacità sapiente di governare processi complessi. L’architettura non è un ‘evento’, appartiene alla vita ed ha una dimensione sociale, etica. Monti non cerca l’effetto spiazzante, il colpo di teatro: ha la maturità, la forza e l’ostinazione per agire in forma strutturata, con un approccio solido che rivendica la dimensione etica dell’architettura. Gli spazi delle sue architetture sono permeati da un’eleganza sobria, la stessa che segna la sua indole, il suo modo di rapportarsi col mondo. La cura, l’attenzione che mette nel suo lavoro la si evince anche dalla restituzione grafica dei suoi progetti. La precisione, la puntualità, i livelli di approfondimento di ogni elemento manifestano un senso di adesione etica al progetto ch’egli estende alla dimensione fattuale. I grafici sono fatti per definire un processo costruttivo, una sequenza di operazioni finalizzate, non per essere pubblicati su riviste patinate. Nella scrittura asciutta sono contemplati problemi reali e non questioni effimere volte più a mostrare che ad essere, non è mai autoreferenziale, eccessivo. La sua architettura, più che volersi mostrare, è la perenne ricerca di perfezione, con la consapevolezza che nel momento stesso in cui la si vuole afferrare essa ci sfugge. In questa costante sfida che vede da un lato la materia con la sua “sostanza”, la sua “gravità”, la sua natura terrena e dall’altro il mondo delle idee, delle forme che nella materia s’inverano, Monti persegue quella ostinata e ‘paziente ricerca’ che non è sempre riconducibile a dati razionali. Perché, se da un lato le connessioni materia-forma sono riferibili a “quantità misurabili” (costo, prestazioni, tecniche, ecc.) dall’altro lato alcuni aspetti sfuggono a una valutazione oggettiva e rientrano in una sfera dell’imponderabile, si muovono nell’alveo insondabile delle “motivazioni personali”, intime, delle convinzioni che ciascuno di noi trasferisce nel lavoro quotidiano. Perché la forma, eidos, - parola greca che rimanda all’idea, all’immagine - ci riconduce alla materia come condensazione di una sostanza: «l’eidos è ciò che causa ad una cosa quel che è, cosa è, e senza la quale perde significato». Perché nel momento in cui mettiamo in relazione forma e materia non distinguiamo più l’una dall’altra, non rileviamo più una separatezza tra una realtà oggettiva di partenza (la materia, il luogo, le condizioni oggettive al contorno) ed una fase d’arrivo (la forma); riconosciamo nella dualità forma-materia un accordo biunivoco di fatto, un’alleanza. La stessa alleanza che nel lavoro di Angelo Monti mi è parso di cogliere soprattutto in “un principio di resistenza, forse anacronistico, alle logiche di consumo e di spreco che avvertiamo con la caduta del concetto e del valore che questa contemporaneità riserva all’architettura, mai così al centro dell’attenzione mediatica e mai così poco diffusa come “banale”. In questa prospettiva di “riscatto disciplinare”, il racconto del lavoro di Angelo Monti attraverso la selezione delle opere qui riportate esplicita anche la voglia di mettersi ancora una volta in discussione: la cristallizzazione di un bilancio e contemporaneamente il suo superamento per rivolgere lo sguardo altrove. Sguardo che mi auguro lo porterà a ridurre quel senso di ‘distanza’ che a volte appare nelle sue architetture rigorosamente cartesiane. Una distanza più intellettuale che reale. Sono certo che questo volume avrà per Angelo Monti anche una funzione di rottura, perché nel mettere a fuoco alcuni brillanti risultati prevarrà inconsapevolmente in Monti quel senso di perfezione dell’imperfezione, tanto caro alla cultura giapponese del wabi sabi alla quale per comuni interessi sia Angelo che io guardiamo.

mies van der rohe

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Il convegno si propone di riflettere su un tema centrale per le politiche di promozione e sviluppo socio-economico.
Attraverso l’approfondimento critico delle diverse fasi attuative dei programmi di rigenerazione urbana, consapevoli di quanto sia sempre più necessario misurare l’approccio teorico con l’applicazione di concreti modelli operativi.

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La rassegna, curata da Pierre-Alain Croset e allestita da Angelo Monti e Marco Ortalli, propone una sintesi significativa di quella presentata nel 2012 all’Accademia Nazionale di San Luca in occasione del centenario della nascita dell’architetto comasco Cesare Cattaneo (1912-1943). La mostra è concepita attorno alla scelta di circa 100 schizzi e disegni autografi, insieme con plastici originali e nuovi, che evidenziano come si forma il pensiero architettonico di Cesare Cattaneo, un pensiero caratterizzato da una forte tensione ideale. L’atto di disegnare rappresenta una vera e propria scrittura, nel senso della trascrizione grafica di un pensiero: molti schizzi evidenziano l’intensità e la velocità di un’attività progettuale che produce variazioni, ripensamenti, alternative talvolta radicali. L’analogia tra schizzare e scrivere costituisce una specie di filo rosso della mostra: a livello della scelta dei materiali da esporre, ma anche dei principi dell’allestimento, che propone due diversi livelli di lettura: i disegni autografi, singoli o montati per serie, sono riprodotti in scala reale con stampe digitali ad altissima definizione e sono accompagnati da brevi testi didascalici che aiutano il visitatore a decifrarne il significato specifico; sulle pareti un montaggio di scritte, citazioni, fotografie, ingrandimenti di particolari, costituisce un “racconto visivo” che connette tra di loro disegni e testi teorici, temi formali ricorrenti in più progetti, frammenti di singoli disegni e dettagli costruttivi degli edifici realizzati.

le tracce del futuro
Dal 30 agosto al 9 settembre 2012 è stato proposto alla città e ai cittadini, uno speciale itinerario di progetto urbano che è stato chiamato “La città della cultura”. I paesaggi delle città non sono muti, raccontano conoscenze, storie ed emozioni, in una parola parlano della memoria collettiva. E’ dunque ascoltando il passato, sapendo leggere le tracce e i segni tramandati,  che si può meglio disegnare il futuro. L’itinerario architettonico-letterario realizzato si snoda lungo un percorso a un tempo fisico e ‘ideale’, e invita a una riflessione progettuale, il cui elemento catalizzatore è il patrimonio razionalista del ‘900.
Questa rete di luoghi, è punteggiato da macrolettere che comprende la Casa del Fascio (o meglio l’Isola del Razionalismo, ossia Casa del Fascio ed ex U.L.I.), il lungo lago, i giardini, lo stadio, la proto-città razionalista, la passeggiata Gelpi, Villa Olmo, sino ad aprirsi ed essere alimentato dall’idea anticipatrice del kilometro della Conoscenza, costituisce una straordinaria sedimentazione della storia in grado di dare risposte all’apparato museale, ricreativo, conoscitivo indispensabile per una città che cerchi di affermare la propria identità.

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